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Il ciclismo non ha bisogno di più donne, ma di persone.

Il ciclismo ha bisogno di più donne che vogliono condividere la loro esperienza quotidiana, ha bisogno di donne che raccontano ad altre donne...

Disclaimer: ho studiato molto per scrivere questo articolo, è un argomento complesso a cui tengo particolarmente. Cerco di affrontarlo in modo semplice e chiaro. Qui trovate un glossario con tutte le definizioni relative all’identità di genere che possono essere utili. Nel cercare di essere sintetica e contenuta, potrei aver commesso delle eccessive semplificazioni o degli errori, nel caso fatemelo notare e sarà mia cura correggere e integrare quanto dovuto. Sono aperta a qualsiasi scambio e confronto: il cambiamento parte dal basso.

Se pensi di essere vulnerabile a questi argomenti rimanda la lettura a quanto ti sentirai prontə e per qualsiasi domanda sono a disposizione.

Il ciclismo ha bisogno di più donne, è partito tutto da questa frase: donne in che senso? Secondo il sesso biologico o l’identità di genere? Ed è stato un attimo finire a leggere di transessualità nello sport.

Il ciclismo ha bisogno di più donne è una frase che ho usato anche io in passato per un articolo non più online ed è proprio dall’aggiornamento di quel pezzo che sono arrivata a riflettere sull’uso della parola donne e su quanto questa frase, apparentemente corretta e importante, sia in qualche modo sessista e discriminatoria.

Lo so, come capita ormai con ogni mio pezzo, ti vedo mentre leggi che storci il naso pensando vabbè ma che esagerate queste femministe e, a dirla tutta, ogni tanto lo penso anche io, ma una cosa l’ho capita: è solo grazie alla capacità (innata o acquisita) di spezzettare le situazioni e analizzarle sotto tutti i punti di vista possibile che ci si può evolvere come persone e soprattutto si decostruiscono montagne di pregiudizi interiorizzati che, in quanto tali, non sapevamo neanche di avere.

Ad esempio, non mi sono mai resa conto di come guardassi il mondo diviso in uomini e donne, e di come il binarismo di genere sia una convezione: cresciamo dividendoci in maschietti e femminucce con tutti gli stereotipi annessi, e quando arriva qualcunə a dirti ciao io sono fluidə se va bene non capisci cosa ti sta dicendo, se va male te ne esci fuori con qualche frase infelice.

La capacità di fermarsi ad ascoltare e accogliere l’altrə non sempre è innata ma sicuramente si può acquisire, decostruendo i propri pregiudizi.

Ho fatto l’esempio dell’identità fluida perché è da dove sono partita io per capire cosa stesse succedendo intorno a me e non sono stata esente dal fare battute di pessimo gusto. Non ho messo in discussione il binarismo di genere per molto tempo, tanto che per me ogni altra identità era stramba e un’inutile etichetta, non vedevo il mio privilegio.

Ebbene, il mondo non si divide in uomini e donne, e l’identità di genere e il sesso assegnato alla nascita non sempre coincidono. Sono privilegiata perché sono nata donna e mi riconosco nel sesso assegnato alla nascita, ma non c’è merito in questo, solo fortuna e acquisire questa consapevolezza è il primo passo.

Studiandola chiave di tutto è sempre la formazione e la ricerca – ho scoperto ad esempio che prima dell’800 l’identità di genere era naturalmente considerata uno spettro dove agli estremi, per l’appunto, c’erano gli uomini da una parte e le donne dall’altra. Dopo è arrivata la rivoluzione industriale, la necessità di avere forza lavoro e quindi di mettere al mondo deз figlз, da qui le identità sono diventate sempre più nette.

Sto di molto semplificando e riprendendo in parte l’articolo sul perché uso lo schwa, ma il senso è che ad un certo punto ha iniziato a convenire chiudere le persone in identità predefinite e etichettare come strano e sbagliato tutto il resto. Ancora oggi abbiamo enormi difficoltà ad uscire dal binario giusto-sbagliato per intraprendere la strada della diversità: siamo tutte persone differenti e la normalità è solo una questione statistica non uno standard da raggiungere.

Riprendendo il discorso: ad un certo punto si è deciso arbitrariamente di cancellare tutto ciò che non rientrava nel duo uomini e donne che procreano. La realtà però è più complessa, così complessa che dire il ciclismo ha bisogno di più donne vuol dire affermare cose improprie.

Si potrebbe mettere un disclaimer del tipo in questo testo per donna si intende chiunque si riconosca come tale.


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Ed a questo punto si aprirebbe il grande immenso e soprattutto nuovo capitolo della transessualità nello sport, dove se ne sentono di ogni, soprattutto percezioni personali ed emotive, niente che si basi su studio e ricerca.

C’è la convinzione diffusa che una donna o un uomo trans abbia vantaggi a gareggiare nella rispettiva categoria in virtù della cura ormonale.

Uno dei grossi problemi di questo tipo di studi è che non ci sono dati: la prima donna trans della storia a gareggiare alle olimpiadi è stata Laurel Hubbard nel 2021, troppo poco tempo per poter raccogliere e analizzare dati. Inoltre sono molto poche le persone che decidono di fare sport, che decidono di farlo a certi livelli e che si espongono. E come dargli torto viste le tante speculazioni, la polarizzazione su questo tipo di tematiche e, purtroppo, la diffusa usanza di non informarsi prima di commentare qualche notizia.

Quando nel 2021 ho scritto l’articolo Il ciclismo ha bisogno di più donne l’ho fatto con buonissime intenzioni: ho aperto il blog perché cercavo informazioni su cistite e sella, su come gestire le mestruazioni pedalando e non trovavo nulla, l’ho scritto pensando che le donne potessero condividere con altre donne ciò che imparavano per far sì che nessuna si sentisse esclusa e sola. Eppure in qualche modo stavo escludendo io stessa chi non avrei voluto.

Prima di scrivere questo articolo ho fatto molte ricerche e mi sono confrontate con altre femministe. Tra i tanti commenti uno mi è rimasto più impresso, non lo ricordo testualmente, ma il significato era seppur è vero che dobbiamo uscire dall’ottica del binarismo di genere, è anche vero che la priorità è abbattere il patriarcato, da questo punto di vista sarebbe più corretto dire “il ciclismo ha bisogno di meno uomini”.

Non sono completamente in disaccordo ma nell’escludere e nell’etichettare ormai sto scomoda e, a forza di fare ricerca, l’argomento non è più solo legato al ciclismo ma allo sport in generale.

Di cosa ha bisogno lo sport? Perché lo sport dovrebbe essere inclusivo?

Quest’ultima domanda l’ho letta in giro con annessi commenti misogini e discriminatori.

Rendere lo sport inclusivo (termine su cui ho molte remore) non significa renderlo non competitivo: la competitività sul campo (qualunque esso sia) non è in discussione, lo è il fatto che non tutte le persone hanno le stesse possibilità di accedere al mondo sportivo. Non sto neanche parlando delle caratteristiche fisiche specifiche per fare uno sport piuttosto che un altro, mi riferisco al fatto che esistono tantissime persone che non si sentono rappresentate e per questo non sicure nell’accedere a determinati luoghi/sport/squadre.

Questo è privilegio e non ha nulla a che fare con il fatto che lo sport è per sua natura competitivo (ci sarebbe da scrivere per giorni anche di questo, ma per oggi passo).

Il ciclismo non ha bisogno di più donne, ma di persone, lo sport ha bisogno di persone disposte ad accogliere e a mettersi in gioco, che non confondono il gareggiare con il discriminare.

Per quanto certa che la società si cambi attraverso due vie, quella dall’alto della politica e quella dal basso deз cittadinз, se guardiamo al mondo sport nella sua totalità non ci muoviamo più, è tutto troppo grande e lontano e sentiamo di non avere i mezzi per agire direttamente. Iniziamo dal piccolo: informiamoci realmente su quali sono i limiti tecnici per accogliere le persone trans in squadra e in gara, iniziamo a cambiare il sistema dal nostro quartiere, dal nostro vicino di casa, dalla squadra amatoriale con cui facciamo le granfondo nel weekend o i trail in primavera. Chiediamo, confrontiamoci e smettiamola di confondere la competitività con l’esclusione.

Alcuni articoli (alcuni datati ma interessanti) per iniziare a studiare l’argomento:

Nota: se nel leggere l’articolo sentirai confusione tra il significato di identità di genere, orientamento sessuale e sesso biologico, non preoccuparti è del tutto normale. Non sono concetti facili né immediati, soprattutto se siamo dalla parte privilegiata, quella che non si è mai scontrata direttamente con certe dinamiche.

Ti consiglio un libro che mi ha aiutato molto: Questioni di un certo genere, libro-rivista de Il Post, che spiega molto bene questi concetti. Un libro non facile, non tanto nell’esposizione, ma nel contenuto.


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